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	<title>Sud - Il Blog di Gianfranco Miccichè &#187; precarietà</title>
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		<title>Il ritorno di Fantozzi?</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 17:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gmodica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gianfranco Micciché]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-404" title="fantozzi" src="http://www.gianfrancomicciche.net/wp-content/uploads/fantozzi.jpg" alt="fantozzi" width="520" height="200" /></p>
<p><strong>Le parole di Tremonti in favore del posto fisso</strong> hanno scatenato dibattiti e qualche polemica, che francamente non capisco. Tremonti, in fin dei conti, si è limitato a dire una cosa ovvia. Semmai, <strong>una riflessione seria va fatta sul</strong>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-404" title="fantozzi" src="http://www.gianfrancomicciche.net/wp-content/uploads/fantozzi.jpg" alt="fantozzi" width="520" height="200" /></p>
<p><strong>Le parole di Tremonti in favore del posto fisso</strong> hanno scatenato dibattiti e qualche polemica, che francamente non capisco. Tremonti, in fin dei conti, si è limitato a dire una cosa ovvia. Semmai, <strong>una riflessione seria va fatta sul valore o (per Tremonti) disvalore della flessibilità.</strong></p>
<p>Anzitutto, che il posto fisso sia un valore non c’è dubbio. Un’ovvietà in Italia, dove (al Nord come al Sud) di generazione in generazione ci si è tramandati il sogno del posto sicuro (meglio se pubblico).</p>
<p><strong>E&#8217;</strong>,<strong> però, un errore rinnegare la flessibilità. </strong>Anch’essa è, a parer mio, un valore o, meglio, lo è quando sappia sostanziarsi in uno strumento d’incremento dell’occupazione, da un lato, e di garanzia di qualità del lavoro prestato, dall’altro.</p>
<p><span id="more-389"></span></p>
<p>Certo, se parlando di flessibilità pensiamo <strong>agli lsu, pip e simili,</strong> storciamo il naso<strong>,</strong> perché pensiamo alla precarietà di migliaia di persone, che riempiono le amministrazioni e periodicamente le piazze, alla testa di capipopolo e sindacalisti delle sigle più disparate. Questo è il popolo dei precari, onesti lavoratori, molti dei quali incolpevolmente inutilizzati, che legittimamente aspirano alla stabilizzazione. Qualcuno li definisce “una piaga sociale”<strong>; io li definisco una grande risorsa umana, svenduta dalla mala politica. </strong>Tutto questo, infatti, non ha nulla a che vedere con la flessibilità del lavoro, intesa come un valore. <strong>Tutto questo è semplicemente una  stortura della politica clientelare e scriteriata, che ha flessibilizzato precarizzando,</strong> ha cioè utilizzato lo strumento della flessibilità solo per “vendere posti” in cambio di voti, creando, così, un sovrannumero di dipendenti “pubblici”, messi là a congestionare le amministrazioni (che non ne avevano bisogno) e ad aspettare che quella stessa mala politica corregga i propri errori e trasformi la loro precarietà in posto fisso.</p>
<p><strong>Se la flessibilità nel nostro Paese si è trasformata in precarietà è perché l’economia italiana non è cresciuta come avrebbe dovuto</strong>, <strong>non è competitiva come dovrebbe esserlo.</strong> E’ fuor di dubbio, infatti, che la flessibilità si trasforma in precarietà soprattutto per la mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro. E cos’è il mercato del lavoro? E&#8217; l’incontro tra i posti di lavoro disponibili e le persone in cerca d&#8217;occupazione (ecco perché, per tornare agli lsu, questi sono diventati precari, nell’accezione più negativa possibile del termine).</p>
<p><strong>Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista il valore della flessibilità.</strong></p>
<p>La società e <strong>l’economia hanno bisogno di essere flessibili.</strong> E’ cambiata l’economia,  è cambiato il mercato del lavoro. Oggi le aziende vanno a produrre in Cina o in Polonia non perché ce l’hanno coi lavoratori italiani, ma per essere competitivi e stare nel mercato.  Pensate, quindi,  se non potessero nemmeno avvalersi di quegli strumenti contrattuali che prevedono il lavoro flessibile e che, peraltro,  garantiscono una maggiore professionalità, dal momento che tendenzialmente <strong>il lavoro flessibile stimola alla produttività, più di quanto non lo faccia quello fisso</strong>.</p>
<p>Certo, occorre anche affrontare <strong>il tema dei salari,</strong> perché ciò che i precari guadagnano è davvero poco. Ma questo non è un tema legato all’impiego a tempo determinato o indeterminato (o non lo è in parte), è un tema più generale, perché anche tra chi ha il posto fisso c‘è chi non arriva alla fine del mese.</p>
<p><strong>E infine, ci sono i giovani.</strong> I giovani di oggi non cercano più “il posto fisso alla Regione” (per usare un’espressione frequente dalle nostre parti), a loro non interessa, almeno all’inizio, il tipo di contratto, ma che abbiano un contratto, attraverso cui mettersi in gioco, con le carte di cui dispongono: capacità, conoscenza, intraprendenza, professionalità. E la flessibilità ha in effetti permesso<strong> a tanti giovani di entrare nel mondo del lavoro e, una volta entrati, li ha stimolati a migliorarsi, a specializzarsi</strong>, diventando spesso delle risorse per sé stessi e per il datore di lavoro. E sono questi giovani, sono queste nuove leve del lavoro che stanno trasformando in meglio la nostra società, grazie a loro, una società sempre meno &#8220;fantozziana&#8221; e sempre più competitiva e al passo coi tempi e col sistema.</p>
<p>In conclusione, <strong>non sono contrario al posto fisso e non nego che in linea di principio esso sia un valore. Ma difendo anche il valore della flessibilità!</strong></p>
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