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I creditori non sono senza colpe

mercoledì, 16 maggio 2012

da La Stampa, 16 maggio 2012

di Mario Deaglio

La rinuncia dei partiti politici greci a formare un nuovo governo è, nei fatti, un «no» al piano di rientro dal debito preparato a Bruxelles e proposto ad Atene dall’Unione Europea. Mentre il rifiuto veniva pronunciato, un Presidente francese appena insediato si preparava a incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, uno dei pochissimi leader sopravvissuti al terremoto politico che, negli ultimi tre anni, ha fatto crollare pressoché tutti i governanti europei coinvolti nel tentativo, finora sostanzialmente fallito, di trovare una via d’uscita dalla crisi.

Ad aggiungere un tocco di drammaticità, caso mai ce ne fosse bisogno, l’aereo presidenziale francese è stato sfiorato da un fulmine e ha dovuto tornare indietro costringendo a rinviare l’incontro, sia pure solo di quale ora; si è così provocato l’ennesimo, sia pur quasi simbolico, ritardo europeo nell’affrontare i problemi dell’Europa. La politica torna così a recitare, per quanto in tono minore, il ruolo che la contrappone, spesso controvoglia, alla finanza internazionale. E questo avviene non solo a Parigi, Berlino e Atene.

Ma anche negli Stati Uniti, dove il presidente Obama ha lanciato accuse durissime a Wall Street e invocato regole più severe per le banche anche a seguito delle perdite impreviste di JP Morgan, uno dei colossi della finanza internazionale. Queste perdite sono la prova che le grandi banche internazionali non hanno imparato molto dalla crisi e si sono illuse di poter riprendere tutte le vecchie abitudini dopo essere state, in molti casi, salvate con soldi pubblici.

A spingere una classe politica riluttante a un confronto con la finanza internazionale c’è una società civile in ebollizione, con le manifestazioni degli indignados non solo in Spagna e Grecia ma anche a Londra e negli Stati Uniti. Il problema si può sintetizzare in una serie di interrogativi che stanno diventando sempre più pressanti: fino a che punto la società civile – e gli uomini di governo che la rappresentano – può accettare la «dittatura dello spread» per usare la felice espressione del Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, alla presentazione del suo rapporto annuale? Fino a che punto decisioni importanti per una collettività nazionale possono venir sottratte ai suoi organi politici e sommariamente decise dal «mercato» in sedi diverse dai Parlamenti, chiamati ormai solo a ratificare sbrigativamente intese che sono dei veri e propri «diktat»?

Quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito. Non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario. Alla dittatura dello spread occorrerebbe contrapporre una sorta di «democrazia del debito» in cui ciascuno paga per i propri errori. E questo dovrebbe valere in maniera del tutto particolare all’interno dell’Unione Europea, dove i greci furono indotti a contrarre debiti anche dalla facilità con la quale numerose banche europee e americane erano pronte a offrire loro credito.

Imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese – e domani forse di altri in Europa e altrove – a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario.

Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito. Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma – si sa nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.

E’ essenziale che il Presidente Hollande e il cancelliere Merkel superino il livello della miopia prevalente negli ultimi mesi nell’affrontare i problemi dell’euro, nel cercare di stabilire una posizione comune che tenga conto di giustificate riserve tedesche ma anche di un quadro più generale in cui queste riserve appaiono meschine. Sarebbe uno di quei piccoli miracoli ai quali l’Unione Europea ci ha abituato se dall’incontro scaturisse una posizione comune, flessibile e ragionevole, in luogo del pericoloso dogmatismo al quale i tedeschi ci hanno abituato negli ultimi tempi.

La tecnocrazia non è democrazia

giovedì, 10 maggio 2012

da Il Tempo, 10 maggio 2012

di Mario Sechi

Il tema di cui discutiamo è la sovranità. Ma le elezioni presidenziali in Francia e quelle in Grecia segnalano un’inversione di tendenza: siamo tornati alle nazioni. Come reazione alla politica europea che non è condivisa dai popoli. A Parigi si è votato pour la France e contre l’Allemagne, ad Atene hanno vinto i partiti «no Euro», «no Bruxelles», «no Bce», tutto ciò che era ed è l’Europa di cui stiamo parlando qui, nel Parlamento. Ho ascoltato con grande attenzione le parole di Cohn Bendit, e devo dire che condivido il fondo della sua analisi: c’è una perdita di democrazia, rispetto ai dogmatismi contabili e agli accordi dei governi, i Parlamenti contano sempre meno. Ecco perché le elezioni nazionali hanno avuto come argomenti principali l’Europa e i suoi mali. Ma in quale scenario si sta svolgendo questo dibattito? Cari amici, sull’agenda ci sono almeno quattro parole chiave: 1. Lavoro: secondo gli ultimi dati del fondo monetario internazionale nel mondo industrializzato ci sono duecento milioni di uomini e donne in cerca di occupazione. Duecento milioni! Questa è una minaccia, un problema sociale che può sfociare in una guerra sociale. 2. Crescita: l’ho sentita evocare spesso nel Parlamento italiano e anche in questa sala più volte. È l’ultimo mantra di una politica che però non riesce a crearla. Sembra di vedere un veliero fantasma galleggiare in un mare morto. E mentre i governi cercano la crescita, la recessione sta distruggendo imprese, posti di lavoro, ma soprattutto speranza. Il fiscal compact che alcuni Parlamenti hanno approvato senza neppure leggerlo e altri non hanno nemmeno discusso ma dato per buono, è contro qualsiasi ipotesi di crescita, anzi è un ammazza-crescita. Verrebbe quasi da sospettare, ma lo facciamo solo per amore dell’analisi di scenario, che la Germania lo difenda così tanto perché in fondo consente ai tedeschi, attraverso il gioco degli spread, di finanziare il proprio sviluppo emettendo debito a bassissimo tasso d’interesse.

E scaricando il costo del debito sui Paesi più deboli e che resteranno tali finché non si sarà allentata la morsa fiscale e data loro una possibilità di sviluppo che non vuol dire uscire dal rigore, come si pensa a Berlino, ma aprire le porte a una nuova èra di investimenti. 3. Banche: anche ieri la prima pagina del Financial Times dava il titolo principale al salvataggio con soldi pubblici di Bankia, il terzo gruppo spagnolo per asset posseduti. Che sorpresa, ancora una volta i soldi dei contribuenti vengono utilizzati per salvare chi continua a fare finanza per la finanza, senza mai servire l’economia reale. Proprio ieri mentre viaggiavo verso Bruxelles stavo rileggendo i saggi politici di Orwell, ecco mi sembra di essere piombato in un romanzo orwelliano in cui il paradigma del «too big to fail» (troppo grande per fallire) non può essere applicato ai giganti della finanza, ma gli Stati e i loro popoli invece possono fallire. Per cui siamo al paradosso che le banche che hanno speculato sulla Grecia vanno salvate mentre lo Stato greco può fallire e il suo popolo essere affamato. È questa l’Unione europea che sognavate? È questa l’Europa che volevano costruire Spinelli, Schuman e i padri fondatori? Secondo un rapporto dell’Unicef in Grecia 450 mila bambini sono sulla soglia della fame. È una vergogna e non smetterò mai di scriverlo e dirlo in pubblico. Certamente questa non può essere la mia Europa. Risolvere il problema della Grecia qualche anno fa sarebbe costato solo 50 miliardi, ma si è preferito attendere perché la finanza non voleva perdere un euro e il risultato è tutto nella drammaticità di queste ore. La Grecia non ha ancora un governo, in Parlamento sono arrivati i partiti estremisti, Atene rischia di tornare a votare senza risolvere i suoi problemi, il default è un rischio concreto, il ritorno alla dracma per un popolo esasperato è diventato una speranza, e l’Eurozona rischia il break up, la rottura. Che cosa succede se si realizza lo scenario previsto da uno studio dell’università di Cardiff per cui arriviamo al doppio euro? Chi lo gestisce? Cosa succede? Quali saranno le conseguenze? Lo sanno tutti che i contratti delle grandi corporation ormai prevedono clausole di salvaguardia nel caso in Europa dovesse rompersi l’Eurozona. Gli studi legali internazionali già prendono contromisure, le mettono nero su bianco, preparano la diga in caso del diluvio. E i governi europei che fanno? E il Parlamento che fa contro la cattiva finanza? Non c’è neppure un ombrello in caso di pioggia. Ripeto, banche e cattiva finanza questo è il problema, l’origine della crisi che parte nel 2008 con i mutui subprime in America e si propaga come un virus in tutto il mondo. È ora che anche le banche prendano atto che possono fallire, non si salva la finanza che lavora solo per la finanza. Deve essere chiaro una volta per tutte, bisogna finirla con questa mistificazione e manipolazione del linguaggio e mi appello a tutti i giornalisti affinché raccontino quel che sta accadendo: l’Europa è in pericolo, grave pericolo. 4. Democrazia versus Tecnocrazia: è questo il nocciolo del problema occidentale, ma in particolare europeo. La discussione sul funzionamento istituzionale dell’Unione a cui ho assistito dimostra che bisogna ripensare il rapporto tra organi rappresentativi, eletti e soprattutto elettori. Il mio Paese, l’Italia, è una metafora di questo problema. La tecnocratica way of life italiana è interessante nei suoi esiti perché avete qui davanti un signore che ha sostenuto il governo Monti, pensa che non vi sia alternativa, ha salutato con favore l’uscita del governo Berlusconi, ma alcuni mesi dopo deve prendere atto della realtà. La ricetta dettata dalla Bce e da Bruxelles ha dei limiti enormi: quando un Paese in recessione viene sottoposto a una cura fiscale eccessiva – siamo ben oltre il 45% di prelievo – non occorre essere laureato in economia a Princeton per capire che il risultato è quello di produrre ancora più recessione, distruzione di posti di lavoro e turbolenza sociale. E anche in Italia le ultime elezioni hanno confermato la tendenza europea al «no euro», «no Bce» «no Bruxelles». È un fiume carsico pericoloso, perché ripeto, sono tornate le nazioni e invece c’è bisogno di un’Europa che funzioni. Non è possibile vedere uno scenario in cui la France è contre l’Allemagne, Atene brucia e Berlino irride, l’Italia si dibatte in una ricetta suicida e intanto nel mondo circolano trecento trilioni di dollari di titoli derivati, vera spazzatura, senza alcuna copertura fondamentale, una bomba atomica sulla quale siamo seduti, dieci volte la ricchezza mondiale, e nessuno fa niente. Cari amici del Parlamento europeo, dov’è la soluzione per la cattiva finanza? Non la vedo. Ma abbiamo accettato che le banche non possono fallire e gli Stati sì. Io non so se l’Italia riuscirà a salvarsi o meno da questa crisi profonda e drammatica. Ma di una cosa sono certo: senza l’Italia non ci sarà mai l’Europa.

 

Ressa di tecnici

venerdì, 4 maggio 2012

da il Foglio, 4 maggio 2012

Poté più una consulenza che una lunga serie di editoriali sulla prima pagina del Corriere della Sera. Secondo la ricostruzione del Foglio, infatti, in queste ore il nome di Francesco Giavazzi starebbe animando una certa dialettica nel governo, dopo la nomina di lunedì con la quale Mario Monti ha chiamato l’editorialista del Corriere a sovrintendere al taglio dei sussidi statali alle imprese. Ieri il prof. della Bocconi di Milano e del Mit di Boston, in un editoriale apparso sul quotidiano di Via Solferino e firmato insieme con Alberto Alesina, ha precisato la sua missione in un “p.s.”: “A uno di noi (Giavazzi) il presidente del Consiglio ha chiesto di scrivere un rapporto su un aspetto emblematico della spesa: i trasferimenti dello stato alle imprese”. Quel che non ha detto è che il suo arrivo, per quanto da tecnico a sostegno di tecnici, ha creato non poco scompiglio. Un po’ perché il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, già nei primi giorni dell’esecutivo Monti aveva iniziato a studiare il dossier, sia perché gli uomini di Corrado Passera hanno già pronta una riforma del sistema dei finanziamenti.

Ma di che cosa si parla quando parliamo di sussidi alle imprese? Sono almeno sei i tipi di incentivi pubblici all’industria: si tratta di risorse direttamente trasferite alle singole aziende (sotto forma di incentivi fiscali o incentivi contributivi e previdenziali), incentivi di settore, trasferimenti alle imprese di pubblico servizio e agli enti locali. Secondo le stime meno conservative, si tratta di trasferimenti per un totale di 72 miliardi di euro nel 2010. Non propriamente briciole ai tempi della “spending review”.  Già il 4 dicembre scorso Alesina e Giavazzi bacchettarono Monti in un editoriale (“Caro presidente, così non va”) e chiesero: “Per ridurre il deficit, invece di alzare le aliquote, perché non tagliare un po’ i sussidi alle imprese?”. Detto fatto, alcuni parlamentari proposero uno “scambio” tra taglio ai sussidi e meno Irap per le imprese: allora Giarda, in riunioni informali, si disse costretto a rifiutare lo scambio.

A dicembre i problemi furono di due tipi: innanzitutto politici (l’esecutivo non voleva schierarsi contro Confindustria e Pd, entrambi per ragioni diverse a favore dello status quo) e poi anche tecnici. Su quest’ultimo fronte già in Parlamento si assistette dietro le quinte a una diatriba sulle cifre, con Pd e confindustriali schierati nel minimizzare gli importi. Giarda, a chi gli chiedeva conto dello stallo, disse di non poter procedere a un taglio dei sussidi senza una loro preventiva mappatura. E’ anche sulla base di quelle prove di tagli alla spesa che Monti decise di dare maggiore enfasi al processo della spending review e poi più recentemente di nominare Giavazzi.

Quanto allo scompiglio creato dall’editorialista del Corriere della Sera, non è finita qui. A Palazzo Chigi infatti c’è chi racconta che già 15 giorni fa la presidenza del Consiglio ha ricevuto uno schema di riordino (leggi: sfoltimento) degli incentivi alle imprese, sempre per limitare le uscite dello stato e rendere meno discrezionali gli incentivi. La firma in calce alla bozza di decreto legge è quella di Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico. La domanda quindi, più che maliziosa, è obbligata: a cosa serve nominare Giavazzi e chiedergli di stendere un rapporto sullo stato dell’arte dei sussidi alle imprese se uno dei ministri più influenti del governo, Passera, ha già pronto un progetto esecutivo per modificarli? Dal ministero dello Sviluppo, invece, fanno trapelare una versione più armoniosa ma non meno verosimile. La nomina di Giavazzi, spiegano, non nasconde alcun attrito con Passera, né la volontà si scavalcare Giarda, anche perché Giavazzi dipenderà da Monti e Passera. Inoltre grazie all’opera del prof. bocconiano ci sarà una potenziale “operazione immagine” per l’esecutivo. L’editorialista del Corriere è il “liberista” per antonomasia che piace alla destra ma anche alla sinistra riformista, instancabile fustigatore del “corporativismo” italico che anche Monti dice essere rimasto vivo e vegeto e dei passi falsi della Confindustria guidata da Emma Marcegaglia. Come dire che anche una sua semplice relazione, specie se seguita da qualche decisione che vada nel senso indicato di limare i sussidi alle imprese, potrebbe dare lustro all’operato del governo. E poi, si nota in ambienti vicini a Passera, Giavazzi si occuperà degli incentivi pubblici gestiti anche da altri ministeri, non solo quelli dello Sviluppo economico.

 

L’insufficienza tecnocratica

mercoledì, 2 maggio 2012

da il Tempo, 1 maggio 2012

di Mario Sechi

Bondi commissaria Giarda. Giavazzi commissaria Passera. Amato commissaria il Parlamento. E Monti ha dei seri ripensamenti sulla sua squadra. Il governo tecnico nomina dei tecnici per fare quello che i tecnici non riescono a fare: tagliare la spesa e rilanciare la crescita. A che cosa serve allora il governo dei tecnici?
Ho appoggiato la nascita di un esecutivo di transizione, ho detto che il passo indietro di Silvio Berlusconi era necessario, ho scritto che la nomina di Monti era un’ottima scelta, ma dopo alcuni mesi si sta perdendo la natura della missione di questo governo. Il presidente del Consiglio ha capito che serve un cambio di passo, ha preso in mano lo spadone, battezzato una serie di superconsulenti e integrato un governo in difficoltà. La biografia dei «nominati eccellenti» fa emergere un grande senso di urgenza e insufficienza dell’esecutivo, mentre la modalità di nomina de facto allarga il solco che separa Palazzo Chigi dalla maggioranza. È la tracimazione – e insufficienza – della tecnocrazia.
Enrico Bondi è un manager di assoluto valore, ha salvato Parmalat dall’oblio, ma la sua chiamata a fare i tagli ha il senso del commissariamento dei tecnici. A piazza Colonna arriva il ristrutturatore dei ristrutturatori e il segnale, francamente, non è dei migliori. Se Bondi è un grande, così il resto appare piccino.
Giuliano Amato è una riserva della Repubblica, uomo di spessore e grandi relazioni, ne sostenni l’ingresso nel governo – insieme a Gianni Letta – ai tempi della formazione dell’esecutivo, ma chiamarlo ora è stridente: deve occuparsi di una materia che riguarda il Parlamento e non il governo (l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, la riforma dei partiti e il loro finanziamento) e inoltre è un uomo di sinistra. La sua nomina apre un fronte con il Pdl.
L’economista Francesco Giavazzi è un altro calibro importante, è un uomo di rigore e crescita, ma se piazzi un personaggio di quella levatura a suggerire ricette per la spesa pubblica e lo sviluppo, significa che Corrado Passera ha qualche problema a fare il suo mestiere.
Spero di sbagliare, ma ho un tremendo sospetto: che questa sia l’ultima carta da giocare e l’Italia sia tecnicamente persa.

Bocciato il Sarkò tedesco

lunedì, 23 aprile 2012

da Il Tempo, 23 aprile 2012

di Mario Sechi

Uno schiaffo in faccia all’Europa. Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha questo significato profondo. Il risultato di Francois Hollande, quello straordinario di Marine Le Pen e lo stesso voto del Front de Gauche di Melenchon sono non solo la bocciatura di Nicolas Sarkozy – primo presidente uscente dal 1958 ad arrivare secondo nel primo turno – ma dell’asse Parigi-Berlino e delle politiche di Angela Merkel che ha fatto campagna elettorale per Sarkò. In altri tempi sarebbe «un campanello d’allarme», ma il quadro è così fosco che la scelta dei francesi diventa salutare. Parigi val bene una scossa, speriamo che a Bruxelles l’abbiano sentita o l’Eurozona fa crac. Al contrario di quel che pensano i progressisti italiani – i cui potenti binocoli si fermano a Roma – non è l’avvio di un nuovo ciclo delle sinistre (che in Francia restano minoritarie con il 39,9% dei voti), piuttosto è l’inizio di una forte ondata antieuropeista. Il cuore della Francia continua a battere a destra (seppur divisa, ha il 46,5% dei voti), ma lontano dalla retorica europeista e vicino ai temi dell’identità nazionale. Hollande prende i voti perché vuole demolire il fiscal compact e chiede una revisione del patto economico di Bruxelles. Le Pen alza la bandiera della Patria, attacca la turbofinanza e le politiche migratorie. Dieci anni di Euro senza governo, di crescita che non c’è, di burocrazia bizantina ed egoismo teutonico hanno prodotto questo risultato: vincono i partiti che prendono le distanze da tutto ciò che ha una relazione con Bruxelles, la moneta unica e la Banca centrale europea. Sono i popoli che votano, non i consigli d’amministrazione. Accade in Francia, ma il fenomeno cresce anche in Inghilterra e presto sarà così anche in Italia. Sarkozy paga la sua vicinanza ad Angela Merkel. Gli elettori non sono dei bifolchi ai quali si possono vendere collanine spacciandole per oro, vedono bene cosa sta accadendo nel Vecchio Continente. Chi afferma di voler salvare la Grecia strangolandola ha creato un mostro che ora si aggira per l’Europa: nessuno dà fiducia a chi affama un popolo. Ha ragione Sarkozy quando dice che questo è «un voto di crisi», ma dovrebbe interrogarsi su chi l’ha alimentata e sul grande errore commesso da un politico così ricco di talento come lui. Doveva riformare la politica europea, battere i pugni e piantare la bandiera dell’identità politica, economica e culturale. Ha sbagliato tutto il possibile e assecondando i piani egemonici tedeschi s’è quasi giocato l’Eliseo. Al secondo turno può ancora succedere di tutto, ma difficilmente gli elettori della destra stavolta lo voteranno, proprio perché rifiutano la regia di Berlino. Non si fidano. E per convincerli Sarkozy dovrà fare una giravolta spaziale rispetto a tutte le sue scelte politiche. Vedremo se sarà capace di cambiare passo. In ogni caso, il risultato è cristallino e in Italia il governo e i partiti dovrebbero riflettere. L’ondata non si fermerà a Parigi. A Palazzo Chigi appuntino sull’agenda il fatto che la cancelliera Merkel da oggi è più debole. In questo scenario vantarsi di essere «tedeschi» è un boomerang. Cerchiamo di essere italiani, perché stanno tornando le nazioni.

Il romanzone padano

martedì, 10 aprile 2012

da la Stampa, 10 aprile 2012

di Marco Alfieri

«Lumbard tas» e «Basta! Con le rapine del fisco» credo siano del 1985. Passavo in pullman per viale Aguggiari e c’era tutta la strada tappezzata di questi strani manifesti.

Erano sgraziati, scritti con grafia elementare e colori vistosi, firmati Lega lombarda. «El tricolor che vorom minga!», con la gallina padana che cova le uova d’oro facendole planare su «Roma ladrona» dev’essere del millenovecentottantotto. Lo ricordo perché ero al primo anno di ginnasio e mio padre ci lasciava a due passi da scuola, davanti alla chiesa della Brunella, dove c’erano tre file di piccoli murales padani.

Per chi è cresciuto a Varese negli anni dell’incubazione leghista fa sorridere l’idea che quella del Carroccio possa archiviarsi come una storia da romanzone criminale tout court , Trote & Belsiti, polenta & ‘ndrangheta. Chi liquida l’avventura di Bossi and Co. ad affare di fondi neri e tribunali significa che non è mai stato a Varese. Non conosce l’odore della campagna urbanizzata del Nord, la religione della famiglia-impresa così diffusa da queste parti.

Non ho mai votato Lega in vita mia ma ci sono vissuto in mezzo per anni, impastata tra amici, oratorio, campetti da basket, paeselli di mezza collina, locali, qualche parente, i vicini di casa. Nel Varesotto è una cosa assolutamente normale, gente che lavora e si fa i fatti suoi. Nessun barbaro con l’anello al naso.

A scuola il primo gadget leghista lo intercettai in terza media sullo zainetto Invicta di un mio compagno di Brebbia, il paese delle pipe e delle botteghe artigiane: un adesivo tondo, rosso e bianco, con lo spadone di Alberto da Giussano. Un giorno arriva in classe e ne distribuisce un mazzetto. E’ stato il primo volantinaggio inconsapevole a cui abbia assistito. Poi qualche scritta sui muri della «Vidoletti», dove andava alle medie mia sorella Silvia, i cori al palazzetto dello sport quando giocava la pallacanestro Varese, e i passaparola dei genitori dei miei amici orecchiati alle feste di compleanno: «Sapete, l’insegnante di Matteo è meridionale, non parla neanche bene l’italiano. Inoltre è sempre assente, deve tornare al paese…».

Fuori da scuola il bersaglio poteva essere l’impiegato delle poste che ti fa aspettare le mezz’ore in fila «sempre al telefono», il finanziere con lo stecchino in bocca, il maresciallo dei Carabinieri con la panza o i discorsi al bar Tre Valli, dove andavo a comprare i biglietti del pullman: «Da Roma in giù nessuno lavora né paga le tasse…».

Pregiudizi bonari venati di un razzismo light, piccole istantanee quotidiane dove vero e verosimile si mischiano facendosi senso comune. Questa era l’aria che si respirava nelle ricche province produttive del Nord all’inizio degli Anni Ottanta, con noi ragazzini interessati a tutto tranne che alla politica: chi figlio di artigiani e piccoli imprenditori vessati da fisco e burocrazia, chi di valligiani spaesati delle Prealpi e orfani del fordismo, preoccupati di non farcela in un mondo diventato improvvisamente grande e globale. Li ricordo tutti con un’allergia fissa: l’impiegato statale, quasi sempre del Sud, quintessenza di «Roma ladrona».

La Lega nasce culturalmente su questi retropensieri, di extracomunitari ce n’erano ancora pochi. Mentre il patto fiscale che ha fatto l’Italia dopo la guerra non regge più e la Prima Repubblica collasserà da lì a poco. La Lega che ho visto crescere poteva esaurirsi in un refolo piccolo-borghese come tanti altri. Un movimento folcloristico lungo una stagione. L’auto di Bossi, credo fosse una Citroën, la si trovava al venerdì pomeriggio posteggiata davanti al Bar Caffettiera. Maroni lo trovavi da Blockbuster in piazza della Repubblica o alle tastiere del Distretto 51 con l’amico «comunista» Johnny Daverio, allora giovane dirigente in Comune. Mentre i figli del notaio Franca Bellorini, nel cui studio nasce la Lega autonomista lombarda, correva l’anno 1984, giocavano a pallacanestro insieme a me e i miei fratelli. Varese, la Betlemme leghista, è un grande paesone.

Per questo a chi se li è visti crescere sotto il naso sembra impossibile che il circuito dei media abbia preso il Carroccio così sul serio da demonizzarlo per 20 anni fino a farne nei giorni tetri delle dimissioni un grande romanzone criminale, roba da Goodfather e brogliacci di tribunale.

Avevo 11 anni quando Giuseppe Leoni, l’architetto amico di Bossi, nel luglio 1985, fece il suo primo discorso in Consiglio comunale in dialetto bosino («sciur president, cullega…»). E giù tutti a ridere! Una cosa mai vista prima. Nessuno pensava che dalle Prealpi stava per alzarsi un vento che avrebbe cambiato l’Italia. Il ritiro della delega politica alla vecchia Dc. Più prosaicamente, il Leoni da Mornago puntava ad essere padrone in casa sua, risorse comprese. Invece per l’insipienza dei partitoni, arrivati esausti agli ultimi tornanti del Novecento, il Carroccio si gonfierà di voti fino a diventare l’ago della bilancia della politica italiana. Senza tv, senza giornali, senza soldi (visto cos’è successo forse era meglio così), sfidando le leggi del marketing, con dirigenti scesi a Roma con il vestito della festa, le cravatte storte e le scarpe a punta. Potenza della Questione settentrionale.

Il compianto Francesco Tabladini, per due mandati presidente dei senatori padani prima di rompere con il Senatùr, lo ricordava spesso: «A quei tempi ogni titolo di giornale contro, ogni snobismo da salotto, ogni intervista tv schifata di qualche benpensante ci faceva guadagnare paccate di voti…». Nel frattempo la politica si ritira dal territorio per andare in tv da Bruno Vespa e il Nord diventa improvvisamente «il profondo Nord», dove Bossi ha buon gioco a scambiare la globalizzazione con il localismo. Terra ostile, plaga straniera, quasi ci fossero ancora gli austriaci e non la gente che fino a qualche anno prima votava Dc, Psi e Pci.

Anche i maneggi della «ditta Bossi», visti con gli occhi di chi fu ragazzino a Varese, non sono che la degenerazione di un tratto tipico della provincia padana. Nelle imprese a controllo familiare la distinzione tra ricchezza privata e patrimonio aziendale spesso si scolora. Il fondatore immagina di poterne disporre a piacimento, è roba sua. E’ su questo equivoco che dopo la malattia del Capo si è alimentata la corte dei miracoli, le scorribande dei Belsito e delle Rosi Mauro. Ma è solo la coda della storia leghista, non il suo riassunto. Anche se oggi viene facile buttarla in barzelletta: fanno ridere (e arrabbiare insieme) il Trota e le lauree comprate, l’ampolla del Monviso, la maga, i ministeri a Monza, il cerchio magico e le gite in barca a Venezia. Ma tutto questo non fa che aumentare le responsabilità di chi per vent’anni, contro the Family, ha sempre perso male…

Tutti gli interessi in campo, e in conflitto, sulle rinnovabili

mercoledì, 4 aprile 2012

da il Foglio, 4 aprile 2012

di Carlo Stagnaro

Torna la guerra dei pannelli. Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, è al lavoro sul “quinto conto energia”, cioè l’ennesima riforma degli incentivi al fotovoltaico. Sullo sfondo c’è l’attesa dei decreti per le altre fonti, come l’eolico e le biomasse, attesi da settembre 2011. Passera interpreta una posizione vicina a quella di Confindustria, ma la sua non sarà una passeggiata. Infatti non deve scontrarsi solo con i produttori di energia verde, ma anche con lo scetticismo del titolare dell’Ambiente, Corrado Clini.

Che cosa sta succedendo? Per dare una risposta bisogna guardare al posizionamento di altri due attori. Uno è l’Autorità per l’energia, da tempo attiva nel denunciare il peso crescente degli incentivi. Quest’anno i consumatori dovranno sborsare oltre 10 miliardi di euro per i sussidi, più i costi “di sistema” dovuti all’intermittenza di alcune fonti. Intermittenza che, secondo l’authority presieduta da Guido Bortoni, spiega circa il 40 per cento degli ultimi aumenti.

Ci sono, poi, i colossi energetici, sia quelli rimasti all’interno di una Assoelettrica sempre più egemonizzata dall’Enel, sia quelli che hanno dato vita a Energia concorrente (Sorgenia, GdfSuez, Egl, RePower e Tirreno Power).

Questi sono sempre più infastiditi dalla crescita delle rinnovabili, la cui produzione deve essere interamente ritirata dalla rete, non solo perché si restringe lo spazio di mercato contendibile, ma anche perché, per le modalità di determinazione del prezzo in Borsa, il fotovoltaico, come si dice in gergo, “fa la barba al picco”, cioè “taglia” i prezzi proprio nei momenti di massima domanda.

Così, i gestori delle centrali a gas, specie i cicli combinati di recente costruzione, si trovano in sofferenza sia sui volumi, sia sui margini. Tutti sono scontenti: i produttori rinnovabili perdono gli incentivi e scontano un’incertezza normativa; i produttori convenzionali hanno un parco di generazione drammaticamente sottoutilizzato (anche per la crisi e il calo della domanda); e i consumatori, specie quelli industriali di piccole e medie dimensioni, hanno bollette record.

La stessa industria rinnovabile si trova oggi sovraesposta e frammentata, priva di una vera disciplina interna perché, fino a poco tempo fa, si potevano fare soldi, e tanti, senza prestare attenzione al merito progettuale degli impianti. I sussidi promettevano il rendimento di un bot argentino con la sicurezza di un bund tedesco. Non poteva durare e non è durato, come ha ammonito il responsabile energia del Pd, Federico Testa, in un intervento sull’Unità indirettamente polemico con le frange “verdi” del suo partito.

Vie d’uscita facili non ne esistono: la strada stretta del fare dell’Italia un paese esportatore passa per le forche caudine di una rete tutta da potenziare (da rendere più robusta, più ancora che “smart” come invece va di moda dire) e soprattutto di un mercato gas da rendere concorrenziale per allineare i nostri prezzi a quelli europei e rendere così la nostra elettricità competitiva.
Tracciare le responsabilità è ugualmente complesso.

Non ci troveremmo in tale guazzabuglio se, prima, l’asticella degli incentivi non fosse stata fissata troppo in alto, e se, poi, la cornucopia degli incentivi non fosse stata mantenuta aperta grazie a una leggina inserita nel decreto “salva Alcoa”. “Le regole – ha scritto Gionata Picchio sulla Staffetta quotidiana – le ha fatte lo stato e se tagliare è necessario e non più rinviabile, farlo in modo drasticamente retroattivo, più che segnare una discontinuità con le policy degli ultimi, rischia di porsi in continuità con esse”.

La moglie è molto più che ubriaca, e la botte ormai pressoché vuota. Non si può pensare di uscirne senza lasciare qualcuno a bocca asciutta e senza un mal di testa per tutti.

 

Il Biscione cambia pelle

venerdì, 30 marzo 2012

da Il Tempo, 30 marzo 2012

di Mario Sechi

Emilio Fede lascia la direzione del Tg4, il settimanale «Chi» dedica la copertina alla signora Elsa, consorte di Mario Monti, Giuliano Ferrara pubblica un editoriale sul «Foglio» dove si iscrive alla corrente «Berlusconi, tendenza Monti». Panico tra gli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo: cosa sta succedendo nella galassia del Biscione? Perché l’impero del Cav è diventato il principale supporter del governo tecnico? Sono dilemmi incomprensibili per chi ha fondato la sua ragione di esistere (e il fatturato) sulla lotta senza quartiere al Cavaliere, ma in realtà il cambio di pelle del Biscione è logico, rientra nella tradizione del gruppo e non fa una piega rispetto al contesto che si sta aprendo dopo il passo indietro di Silvio e l’arrivo dei tecnici a Palazzo Chigi. La lettura «politica» di quel che sta accadendo prevale – e ha, come vedremo, un suo fondamento – ma la realtà è che il «cambio di stagione» per il management di Mediaset e Mondadori è un’occasione per lanciare nuovi prodotti, armonizzare l’offerta di news e intrattenimento, contenere i costi e aprire il gruppo a nuovi mercati.
La sostituzione di Fede era stata decisa da tempo, la trattativa andava avanti da mesi e a complicarla è stato il direttore quando ha cercato di allungare i tempi della sua uscita. Fede ha ragione quando dice che «il Tg4 è una mia creatura», un merito che a Mediaset nessuno discute, ma l’editore è un’azienda quotata in Borsa che ha in mente un riassetto e rilancio delle sue testate, un’armonizzazione dei contenuti e un piano da 250 milioni di euro di tagli in tre anni che guarda al futuro. In questo quadro il Tg4 era un’anomalia, un contenitore quasi «irriformabile» rispetto al resto dell’offerta. La scelta di affidare la direzione a Giovanni Toti, un giornalista cresciuto dentro Mediaset, fa parte di questa strategia e la «sorpresa» manifestata dai commentatori per la rottura con Fede in realtà è più sulla dinamica che nel merito. Si doveva cambiare. E lo sapevano tutti. Piersilvio Berlusconi aveva tracciato la rotta qualche giorno fa di fronte agli analisti della City: la creazione di «un network completo, con un avvio di presenza su Internet grazie al progetto all news, un’integrazione tra televisione e il web che intendiamo rafforzare anche con nuovi progetti». Qualcuno parla di «metamorfosi», ma dimentica che un gruppo quotato in Borsa ha un valore intrinseco nella «polifonia» dell’offerta, che è sempre stata un punto di forza del Biscione.
Una notte di qualche annetto fa, rubai un’intervista a Berlusconi che comprava i giornali nell’edicola all’angolo con la Galleria Colonna. Lo interrogai sulla Rai, sull’inarrestabile “santorizzazione” e su Mediaset. Lui rispose: «Il nostro gruppo non può permettersi di far scorrere il sangue, noi stiamo sul mercato e abbiamo il dovere di essere polifonici».
Per questo i telegiornali Mediaset non hanno mai sbracato. Clemente Mimun ha sempre sfornato un Tg5 equilibrato, senza mai perdere di vista il suo pubblico. E Studio Aperto sotto varie direzioni – Mario Giordano, Giorgio Mulè e da ultimo Giovanni Toti – ha sempre privilegiato un target più giovane, attento al costume e agli stili di vita piuttosto che al Palazzo. Per non parlare dell’entertainment, con un’impronta culturale progressista e spesso apertamente antiberlusconiana (Zelig, Le Iene, la Gialappa’s…). La sola eccezione «militante» era costituita dal fortino “tiggiquattrista” di Fede. L’alibi perfetto per quelli in cerca della guerra permanente. La sua uscita chiude un’era e apre una storia nuova, per molti spiazzante. Lo scenario politico si sta evolvendo in una direzione imprevista da chi aveva sognato l’emarginazione di Berlusconi e il declino del suo gruppo editoriale. La politica non è una scienza esatta, due più due non fa mai quattro, ma può portare al risultato di tre o cinque. Nel caso del Cav, l’uscita da Palazzo Chigi non si riverbera solo sul Parlamento ma – ben contenuta da Monti la tentazione di scalata del Pd – avrà effetti sul riassetto della Rai e la sua governance: è probabile una riconferma del direttore generale Lorenza Lei e la nomina di un consiglio che rispecchia la «pax parlamentare. Mentre il Biscione avrà una libertà di movimento che il conflitto di interessi in fase di governo, paradossalmente, aveva frenato. Così Marina e Piersilvio Berlusconi daranno un’accelerata al ricambio generazionale in corso a Mondadori e Mediaset. È un passaggio di frontiera.
Chi pensava a un Monti figlio dell’intellighentsia, interprete dei salotti e di un Pd lanciato verso la conquista del governo, dopo un paio di mesi ha preso atto di una situazione diversa. In rotta di collisione con Monti ci è finita la sinistra nelle sue varie espressioni: dal Pd a «Repubblica», il giornale-partito che delle febbri dell’area progressista è il termometro fedele. Così abbiamo assaporato il quadretto di un Ezio Mauro che attacca a testa bassa Monti per la riforma del lavoro, mentre sulla copertina del settimanale «Chi» la penna di Alfonso Signorini mette nero su bianco un’intervista alla signora Elsa Monti. I cremlinologi del laghetto di Segrate hanno letto l’uscita sul settimanale mondadoriano come un segnale d’attenzione del circus di Berlusconi nei confronti del premier.
La cosa è vera, ma non c’è sorpresa. Il Cav non ha mai fatto mistero del suo sostegno a Monti e a chi nel suo partito avanzava dubbi sui tecnici, ha sempre opposto un secco «nessuna crisi, Monti deve andare avanti ». In questo Berlusconi ha mostrato fiuto, ha intuito che gli interessi del Pd e quelli di un governo chiamato a mettere in pratica l’agenda di Bruxelles sarebbero finiti in conflitto. Ora ci siamo. Alfonso Signorini che sorride insieme a Elsa Monti nelle pagine di apertura di “Chi” è coerente con il settimanale appena rinnovato e con più pagine dedicate alla politica. Ecco allora apparecchiato per lady Monti un servizio fotografico di Massimo Sestini dall’appartamento del premier a Palazzo Chigi, foto dell’album di famiglia e cravatte di Marinella, come Silvio. E se questo non fosse sufficiente a convincere gli scettici che “la guerra è finita”, subito dopo s’ammira un Corrado Passera che passeggia nei pressi dell’Auditorium di Roma in compagnia della moglie Giovanna Salza e della loro bambina. Mano nella mano. Politica e famiglia. Schema pop. Real Casa. È un altro servizio giornalistico che ribalta lo schema del Nemico. Immagino la sensazione di spaesamento. Si chiederanno, come Lenin, che fare? E non troveranno risposta perché improvvisamente l’arma con cui hanno combattuto una guerra ad alta intensità è scarica. Alla fine, con grave contorcimento di budella e grande confusione, non trovando più il bandolo della matassa politica, schiumano rabbia contro Monti, per il quale riservano parole un tempo usate per qualificare il terribile mondo berlusconiano. Si passa così dall’editto di Sofia all’editto di Seul. E dipingendo il premier come il temibile “Montisconi”, realizzano un contrappasso impensabile fino a pochi mesi fa e lo consegnano all’area moderata. L’apoteosi s’è raggiunta ieri con un editoriale di Giuliano Ferrara sul «Foglio». L’indomabile Elefantino ha sfoderato un pezzo superbo dove il «fogliante in chief» ha coniato una nuova definizione per il suo inedito “status” politico, quello del «berlusconiano tendenza Monti».
Dopo aver fieramente combattuto contro l’arrivo dei tecnici, sostenendo le ragioni – peraltro fondatissime – del primato della politica, Ferrara ha compiuto la sua traversata e l’ha raccontata ai suoi lettori come la deliziosa parabola di «trasformista» che «ama la decisione politica seria. Sarà anche un trasformista, ma è un decisionista» e per questo «cominciò ad apprezzare la signora Thatcher» e «ammirava Reagan» e «scelse Craxi» e «Eltsin contro Gorbaciov», senza dimenticare il «berlusconiano tendenza Veronica». Ferrara parla dei suoi «idoli provvisori» – anche Monti lo sarà – avendo però ben chiaro l’identikit dell’avversario permanente, quello ideologico, quelli che sono sempre stati «dall’altra parte». Chi sono? Quelli che ieri avevano la figurina di Monti nell’album di famiglia antiberlusconiano e oggi lo attaccano perché quel Monti là è diverso dai loro desideri, non coltiva vendette, vuole riforme liberali ed è riconosciuto come un’occasione per il Paese proprio dal mondo berlusconiano. Quello tendenza Monti.