Archivi per la categoria ‘Gianfranco Micciché Suggerisce’

Il tramonto dell’austerità

giovedì, 16 maggio 2013

di Gustavo Piga

dal suo blog

Un linguaggio comune è possibile? Ho cercato di capirlo ieri sera al dibattito assieme ad Alberto Bagnai a Roma, lui convinto sostenitore dell’uscita dall’euro come unica fonte per uscire da questa drammatica crisi europea.

Cito Alberto, nel suo libro “il Tramonto dell’euro”: “E’ anti europeo chi si ostina a difendere queste istituzioni fallimentari”. Ci vogliono “regole economicamente più razionali”. Yes, assolutamente! E allora dove sta la differenza?

*

Leggendo le pagine conclusive del libro di Alberto trovo una chiave interpretativa delle nostre differenze. Le sue frasi («l’euro è antidemocratico»; «la vera vittima dell’euro è l’Europa»; «l’euro è economicamente insostenibile») che non sottoscrivo per nulla, hanno però questa caratteristica: che mutata una sola parola, troverebbe pieno mio supporto:

«l’austerità è antidemocratica»; «la vera vittima dell’austerità è l’Europa»; «l’austerità è economicamente insostenibile».

Perché l’austerità è il vero nemico da battere. Essa non cessa fuori dall’euro, la sua morte non viene in alcun modo certificata dal passaggio alla lira ed al marco. Il Regno Unito, la Bulgaria, sono svariati esempi dall’attualità che l’austerità può imporsi a piacimento, con analoghi risultati rovinosi sull’economia interna, in assenza di euro ma in presenza di politiche sbagliate che non tengono conto della sofferenza della gente. Focalizzarsi sull’euro è perdere tempo, se non si guarda negli occhi la bestia e la si affronta, è inutile, perderemo sempre.

E la bestia, ovviamente, ha la faccia dell’austerità ma si chiama crisi di democrazia europea che fa sì che si approvino leggi come il Fiscal Compact nel segreto più completo, che fa sì che dopo un voto, come quello italiano,  che condanna l’austerità 90 a 10 con voto democratico, vede la riproposizione di un governo in cui al Ministero dell’Economia viene nominato un tecnico della Banca d’Italia che certamente al tavolo di Bruxelles non rappresenterà quanto chiestogli dagli elettori.

*

Rimane un ultimo punto da fare.

Alberto crede che dopo l’uscita dall’euro si potrà ricostruire un livello di cooperazione  tra Paesi europei su basi nuove e più democratiche.

Io non credo proprio. Quei paesi europei che si sono fidanzati negli anni ottanta e negli anni novanta, hanno deciso di sposarsi, con l’euro. Giusto o sbagliato che fosse, l’hanno fatto, sottostimando, come quasi tutte le coppie, la difficoltà delle sfide che si sarebbero ben presto presentate di fronte a loro. Al di là di dire che, come in un matrimonio, ci vogliono spesso più di 10 anni per giudicare se una unione abbia la capacità di funzionare (ah, avessero gli Stati Uniti formato una unione monetaria perfetta in 10 anni! peccato ce ne abbiano messi più di 100 …), mi preme ribadire l’ovvio: che una volta divorziati è pressoché impossibile ritornare fidanzati, alla cooperazione che fu prima dell’euro. E’ impossibile perché troppo traumatica sarà stata la separazione, troppe accuse reciproche, troppi stereotipi corroderanno il tutto.

E, nella mancanza di vera cooperazione, il volto della bestia – ancora viva e vegeta, l’austerità in un mondo a cambi flessibili con liretta e marco – sarà l’incubo che unirà ancora le nostre politiche economiche, in una parvenza di coordinamento anti-inflazionistico che tutto sarà meno che vera rappresentanza delle istanze delle persone che soffrono.

La vera cooperazione, quella per la quale abbiamo fatto questo matrimonio così rischioso, quella che si costruisce con fatica nel tempo ma che da pian piano i suoi frutti, andrà a farsi benedire con la morte dell’euro.

Perché perdere l’euro oggi vuol dire far saltare la presenza europea al tavolo geopolitico delle trattative con Cina e Stati Uniti: una frammentazione, una balcanizzazione che ci escluderà ovviamente dalle decisioni chiave a quel tavolo, al quale ci presenteremo separati, piccoli, e conflittuali.

Non è solo questione geopolitica: è questione di valori. Quei valori europei, diversi da quelli orientali e quelli americani, che fanno bene al mondo che si nutre di diversità, resterebbero al palo, consegnandoci all’oblio per decenni.

*

Combattere l’austerità significa solo una cosa: pretendere ed ottenere le giuste politiche economiche europee all’interno dell’euro, qualcosa che non abbiamo mai provato a fare sinora, che non abbiamo mai richiesto al tavolo delle trattative europee.

Su quali siano queste politiche, le uniche, che possano generare crescita, occupazione, opportunità e dunque stabilità della costruzione europea,  mi soffermerò nei prossimi post.

Sul come farle, è ovvio: pretendendo che siano restaurati meccanismi basilari di rappresentanza democratica. Se votiamo contro l’austerità, dobbiamo pretendere che questa sia fatta cessare.

Continuo a credere che su queste basi ci si possa alleare con Alberto, qualcosa di importante. Dubito però che sia interessato a rinunciare alla sua tesi principale, che tutte le nostre energie debbano essere dedicate a cambiare il colore delle nostre banconote e non a cambiare il colore del cielo, oggi plumbeo, sopra l’Europa e soprattutto, sopra le sue istituzioni.

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Che aspettiamo? Ditemelo voi.

giovedì, 9 maggio 2013

 

di Gustavo Piga

dal suo blog

Mario Draghi, in attesa delle elezioni tedesche, non può che ripetere un mantra sbagliato, quello che l’austerità muore con abbassamento delle tasse o della spesa corrente. Ridurre la spesa corrente è recessivo, se non si individuano gli sprechi, per definizione.

Se io compro una fila di sedie che mi serve per l’aula del primo anno alla mia università di Tor Vergata, questa spesa non solo crea occupazione nel settore della lavorazione del legno ma genera maggiore comprensione del mio corso da parte dei miei studenti che non devono stare in piedi. E’ spesa corrente, che genera maggiore produzione in un momento in cui chi viene tassato per finanziarla non spende, e ha anche il bell’effetto di migliorare la produttività dei nostri giovani nel lungo periodo.

Impedirmi di comprarla, la fila di sedie, è mossa recessiva, austera, che aumenta la disoccupazione, giovanile e non, che Draghi dice di voler combattere. E rende meno svegli i miei studenti (sperabilmente quando vengono alle mie lezioni imparano qualcosa di utile).

Certo se quella fila di sedie la compro a 100 quando potrei comprarla a 80, ciò implica che 20% di quella spesa non genera più occupazione, ma solo sprechi, che arricchiscono il produttore di sedie a scapito del contribuente. Non c’è maggiore occupazione di falegnami dovuta a quei 20, e gli studenti non diventano più intelligenti avendo l’università pagato 20 euro in più.

Sono quei  20 euro che Draghi dovrebbe precisare che vuole tagliare. E che vanno tagliati. Non gli 80.

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Parla l’idiota

giovedì, 2 maggio 2013

da liberoquotidiano.it

di Filippo Facci

Credo seriamente che in politica abbiamo il problema degli stupidi, e questo in proporzioni mai viste prima. In Parlamento e nei luoghi più mediaticamente esposti – tutti, in pratica – si è fatta largo una genìa che dice spettacolari sciocchezze non per ragioni strumentali, demagogiche, politiche, criminali: le dice perché le pensa davvero. Per stupidità, qui, s’intende una connaturata capacità di fare danno a se stessi e agli altri, a cui si aggiunge un’incrollabile fiducia nei propri mezzi; ebbene, non solo appaiono saltati quei filtri fisiologici che un tempo rallentavano l’accesso degli stupidi ai ruoli più visibili e decisivi della società politica: ma, ormai, gli stupidi denotano una marcia in più nella competizione per raggiungerli. Il problema è serio e in parte è mondiale, ma – per restare alle nostre miserie – può darsi che una cieca cooptazione dall’alto e una sbrigativa democrazia dal basso abbiano accelerato le cose: il combinato disposto pare micidiale, anche perché i media, che ovviamente fanno parte del problema, competono nell’amplificare le cazzate più clamorose e magari inconsapevoli: stupidi non paiono tanto i maliziosi messia, quanto i loro fanatici e ottusi apostoli. Intervistarli, talvolta, diventa un dovere imbarazzante ma comodo per far notizia. Però il limite tra un idiota confinato in un social network e uno rilanciato da tutti i media del Paese, egregi colleghi, per buona parte lo decidiamo ancora noi. Prendetela come una responsabilità.

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Le vedove amare di Rodotà

lunedì, 29 aprile 2013

da il Giornale

di Marcello Veneziani

C’è un’Italia triste che in questi giorni porta il lutto negli occhi e il broncio in viso. Se vuoi accedere al loro stato d’animo di setta, c’è una password, o per i più antichi una parola d’ordine: Ro-do-tà. Se scandisci le tre sillabe, ti rispondono con un sospiro e aprono il portale segreto: ah, Rodotà. È il rimpianto di un’Italia che si sognava dimezzata, anzi di più. Un’Italia di sinistra incontaminata. Nulla da dire sul Professor Rodotà, intellettuale di rispetto e persona perbene. Io mi riferisco al Totem creato per racchiudere in una parola d’ordine, l’equivalente di «birra e salsiccia» per Totò, che l’accompagnava con un movimento allusivo delle labbra e della mano; così puoi accedere alla Legione Straniera.

Il paradosso è che Ro-do-tà non è stato lanciato dalla sinistra in purezza, che poi l’ha sposato, ma dai grillini. E il plebiscito popolare sul web per lui era di 4mila voti, che non bastano nemmeno per fare il sindaco a Terlizzi. Ma c’è un segreto. Oltre la Gabanelli che aveva vinto con molte più preferenze che le avrebbero consentito di fare il sindaco a Terlizzi, Rodotà avrebbe in realtà preso qualche voto in meno di un altro autorevole professore, Zagrebelsky. Ma si è scatenato il panico in Casagrillo perché non si poteva scandire in piazza un nome così difficile e così russo che taluni grillini già chiamavano Swarovski, confondendo l’illustre giurista per un posacenere di cristallo. Ro-do-tà, invece, ha tre sillabe perfette da passeggio. Il mito nacque così, per logopedia (che non è pensare con i piedi).

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L’arma delle dimissioni

martedì, 23 aprile 2013

da La Stampa

di Mario Calabresi

Il discorso con cui Giorgio Napolitano ha aperto il suo secondo mandato ha la forza straordinaria per ricomporre la frattura tra i cittadini e il Palazzo, per rompere la contrapposizione tra la piazza e le Istituzioni.

A chi voleva leggere la rielezione come segno di continuità, il Presidente ha detto con estrema chiarezza che non ha accettato «l’ulteriore carico di responsabilità» per salvare questa classe politica, ma al contrario «per far uscire le Istituzioni dallo stallo fatale». Stallo in cui siamo finiti proprio per «le chiusure, le omissioni, i guasti e le irresponsabilità» dei partiti. Quei partiti di cui ha ricordato le colpe nel diffondersi della corruzione e nelle mancate riforme, gettate al vento nell’ultimo anno.

L’uomo che entrò in Parlamento quasi 60 anni fa, giovanissimo deputato, è stato capace di parlare con la voce e la tensione al cambiamento degli italiani di oggi. Ma perché questo avvenga non basta invocare il nuovo a parole ma bisogna «misurarsi con i fatti reali» dando vita a programmi di governo. Uno sforzo a cui tutti devono offrire il loro contributo per soluzioni condivise ai problemi più urgenti.

A chi pensasse ancora di giocare con il tempo e la pazienza dei cittadini, il Presidente che ha rinunciato a tornare alla serenità della vita privata, ha spiegato che «non esiterà a trarne le conseguenze». Perché ora ha un’arma in più. Un’arma finale: le dimissioni.

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Il peso del fattore “vecchia Dc”

giovedì, 18 aprile 2013

da La Stampa

di Marcello Sorgi

La corsa al Quirinale, si sa, è tradizionalmente ricca di colpi di scena, e la tela che si fa di giorno, si disfa la notte. Questa per il dodicesimo Presidente, poi, è una trattativa così difficile e impervia, per il risultato sterile delle urne del 25 febbraio, che c’è poco da scommettere su come finirà.

Ma se davvero sarà Franco Marini ad essere eletto Presidente della Repubblica, questa mattina alla prima votazione delle Camere riunite, si potrà dire, a ragion veduta, che a vincere, o a rivincere, è la vecchia Dc. Parafrasando il grande Luigi Pintor, fondatore del «manifesto», che esattamente trent’anni fa titolò speranzoso «non moriremo democristiani», a denti stretti si dovrà ammettere che sarà proprio grazie ai democristiani, invece, se anche stavolta sopravviveremo.

La ragione di questa conclusione – che ieri notte, va detto, è stata quasi capovolta nell’assemblea dei grandi elettori Pd e rifiutata da Vendola – è molto semplice: in mezzo a un mare di suoi colleghi, intenti, chi per dilettantismo e chi per risentimento, a farsi una guerra senza esclusione di colpi, Marini, senza muovere un dito, come insegna la più antica scuola Dc, ha infilzato uno dopo l’altro i suoi concorrenti. A far fuori Prodi, il suo più insidioso rivale, ci hanno pensato Berlusconi e Grillo. Di eliminare Amato, che fino a martedì sera era in pole position, se ne sono fatti carico Rosy Bindi e i prodiani. D’Alema, pur non dichiaratamente, aveva contro Bersani, perché un comunista al Quirinale avrebbe sbarrato al leader del Pd la strada per Palazzo Chigi.

E con il suo attacco frontale contro la Finocchiaro e lo stesso Marini, Renzi ha sortito l’effetto opposto. Quanto a Berlusconi, avrebbe votato chiunque, l’ha detto fin dal primo momento, pur di non andare all’opposizione.

Servirgli su un piatto d’argento il candidato Marini, legato a Gianni Letta dalle comuni radici e da una consuetudine inossidabile, è stato un altro capolavoro del leader Pd, che oggi rischia di essere contraddetto dai suoi parlamentari. Bersani, d’altra parte, non poteva fare altro. La strada dell’intesa con i 5 Stelle s’era chiusa con il tentativo fallito di farci insieme un governo. E se Grillo avesse voluto riaprirla, doveva gigioneggiare un po’ meno, e smetterla di giocare per due giorni con la Gabanelli. Quanto ai professori, ai tecnici e agli alti magistrati che si sono affacciati nella trattativa, da Cassese, a Mattarella a De Rita, entrando e uscendo dalle molte rose circolate in questi giorni, avevano quasi tutti in comune una caratteristica e un limite: o erano democristiani o parademocristiani. Ma tra un Dc surgelato o spedito in pensione, e uno genuinamente ancora in servizio, come Marini, non c’era match. Bersani, come titolare della trattativa, ha pensato che questa fosse l’unica via d’uscita. Senza tener conto degli umori ribollenti delle varie anime del suo partito che sono esplosi nella notte e adesso puntano a sconfessare l’intesa siglata dal segretario.

Diceva Giulio Andreotti, suo mentore e avversario nell’epica battaglia per la presidenza del Senato, l’ultima combattuta dal Divo Giulio: «Il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi!». Marini, già leader sindacale, ministro, segretario del Ppi, con un soprannome, «lupo marsicano», che tradisce le sue radici abruzzesi, quel viale non ha fatto in tempo a imboccarlo, che subito è stato richiamato in servizio. Eppure, come erede della grande tradizione scudocrociata, Franco il lupo, che ha appena compiuto ottant’anni, occorre riconoscerlo, è un po’ anomalo. Gran parte della carriera, infatti, l’ha costruita nella Cisl, che ha guidato per sei anni, dal 1985 al ’91, in tempo per ereditare, alla morte di Carlo Donat-Cattin, la corrente di Forze Nuove e il posto di ministro del Lavoro nel VII governo Andreotti.

Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica Marini aveva dato un contributo notevole, con la sua testardaggine abruzzese, a salvare il salvabile di quel ch’era rimasto della Dc. E di Prodi che voleva scioglierla nell’Ulivo, non a caso, è sempre stato un leale oppositore. Come segretario, dal ’97, del Ppi, primo erede del vecchio partitone cattolico (Margherita e Pd verranno dopo), aveva stretto due rapporti, solidi e decisivi, con D’Alema e Berlusconi, che gli sono tornati utili anche adesso. Era stato Marini, in alleanza con Cossiga, che aveva fondato apposta un suo partitino personale, a portare D’Alema, primo (post) comunista a Palazzo Chigi, nel ’98. E sempre lui a impostare il rapporto con il Cavaliere in termini di amicizia, alla democristiana, e solo successivamente di collaborazione-competizione. La battaglia del 2006, con il centrodestra che gli schierò contro come avversario per la presidenza del Senato nientemeno che Andreotti, poté svolgersi così in termini civili. Tanto, come dimostrarono i franchi tiratori, gli avversari di Marini stavano più nel centrosinistra che tra i berlusconiani, e l’osso più duro sarebbe stato naturalmente un Dc, Clemente Mastella.

Il passaggio decisivo, con Berlusconi, avvenne due anni dopo: Marini, ricevuto il mandato esplorativo come presidente del Senato, dopo la crisi del secondo governo Prodi, quando Berlusconi gli comunicò che non c’era spazio per il suo tentativo, non si espresse né in un senso né in un altro. Non insistette, non fece una piega, limitandosi a una pura registrazione istituzionale. «Con la sua correttezza, lei s’è guadagnato un credito», si congedò da lui, soddisfatto, il Cavaliere. Chissà se il lupo marsicano con la coppola e la pipa immaginava che il tempo di riscuoterlo sarebbe arrivato così presto.

 

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Mi si è incarnita l’unghia: posso rendicontare il pranoterapeuta?

lunedì, 15 aprile 2013

da libero.it

Lo sapevo, io, che pedalare così tanto, tutti i giorni da Rocca Priora fino alla Camera degli zombie e viceversa, non fa mica troppo bene. Certo, sono bello tonico, pimpante come se avessi bevuto catini di piscio, come ci suggerisce il cittadino professore Vanoli. Capisco pure che le macchine distruggono il pianeta e quindi è giusto non usarle (al massimo ne può usare una Beppe). Epperò insomma ormai ho una trentina d’anni abbondante, nella mia vita ho sempre fatto il perito elettronico e non è che fossi allenatissimo a pedalare così tanto. Lo sapevo, io, che mi succedeva qualcosa. Sabato sera stavo tornando a Rocca Priora e ho sentito una fitta al polpaccio: missà che mi sono strappato. Quando sono arrivato all’agriturismo mi sono tolto le scarpette da ciclista che mi sono comprato per essere più tecnico e per pedalare più veloce e ho scoperto anche di avere un’unghia incarnita. Quelle scarpette stringono tanto, era già un paio di giorni che quell’unghia mi faceva male. Ora si è incarnita, non ci sono dubbi (se non ci credete faccio una bella foto, la metto online e poi votate: è incarnita sì oppure no? Speriamo però che non ci attacchino gli hacker, sennò ci tocca rivotare anche sull’unghia incarnita). Bene, ora dovrò andare da un dottore. Sì, certo, andrò da un omeopata, da un pranoterapeuta o da uno che al massimo mi fa un massaggio tantrico, mica dai dottori tradizionali che ci infettano il corpo con le loro medicine chimiche e ci infettano pure la mente con le loro convinzioni superate. Epperò anche il pranoterapeuta vuole dei soldi. Non è mica che lavora aggratis (almeno non ancora: quando avremo il 100% dei voti e aboliremo l’euro i soldi non serviranno più a niente). Quindi che faccio? Posso rendicontare? O non rendiconto? Alla fine mi sono strappato e incarnito facendo attività parlamentare, se l’interpretazione è minimamente estensiva. Chiedo a voi, popolo del blog e amici di Facebook: che cosa è giusto fare? Che cosa posso fare? Lo chiedo anche alla cittadina capogruppo rotante Lombardi, che è un’esperta. Cara Roberta, come mi devo muovere? Contabilizzo? Non contabilizzo? Sarebbe rubare? Sarebbe giusto o sbagliato? Spero sinceramente che voi mi possiate aiutare. Altrimenti spero che come sempre Beppe e Gian mi dicano cosa è giusto e cosa sbagliato. Insomma spero che Beppe e Gian trovino la quadra, come al solito.

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Se la burocrazia ruba la vita ai cittadini

venerdì, 12 aprile 2013

da il Giornale

di Marcello Veneziani

Questa è una storia vera da manicomio duplice aggravato. Oltre un anno fa mi derubarono il portafogli con la patente. Denuncia, richiesta di duplicato, tutte le pratiche evase. Dopo un anno niente. Alla fine riesco a parlare con qualcuno alla Motorizzazione che dice: la patente è tornata indietro (come mai? mistero) ed è stata distrutta (perché tanta cattiveria?), deve rifare tutta la pratica. Non un avviso rilasciato al portiere o in buca, niente.

Mi affido a un’agenzia, pago ma devo andare io a farmi autenticare la foto in Comune. Vado al municipio 1 a Roma, fila per la marca, poi numeretto e fila: ogni ora si muovono tre pratiche, prima di me ce ne sono quaranta. Chiedi agli impiegati fuggitivi come mai non c’è uno sportello ad hoc per pratiche veloci ma è la stessa fila per complesse procedure d’immigrati. Loro sfuggono, il dirigente è assente, solo un vigile solerte, poi il deserto.

Non dico auto-certificare o autorizzare l’agenzia, sarebbe troppo moderno, ma perché non fare tutto al volo allo sportello: tu paghi la marca e loro certificano che sei tu quello della foto. No, devi prendere un giorno di permesso al lavoro per autenticare una foto (tre ore di attesa, trenta secondi di pratica). In un Paese civile il dirigente e chi lo copre sarebbero cacciati al volo e l’assessore sarebbe inchiodato al muro. Rubare migliaia di ore al lavoro e alla vita dei cittadini per un’inezia del genere. Loro non si fidano della tua identità e tu dovresti fidarti di questa amministrazione pubblica… Poi dice che uno s’ingrillisce.

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