di Gustavo Piga
dal suo blog
Un linguaggio comune è possibile? Ho cercato di capirlo ieri sera al dibattito assieme ad Alberto Bagnai a Roma, lui convinto sostenitore dell’uscita dall’euro come unica fonte per uscire da questa drammatica crisi europea.
Cito Alberto, nel suo libro “il Tramonto dell’euro”: “E’ anti europeo chi si ostina a difendere queste istituzioni fallimentari”. Ci vogliono “regole economicamente più razionali”. Yes, assolutamente! E allora dove sta la differenza?
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Leggendo le pagine conclusive del libro di Alberto trovo una chiave interpretativa delle nostre differenze. Le sue frasi («l’euro è antidemocratico»; «la vera vittima dell’euro è l’Europa»; «l’euro è economicamente insostenibile») che non sottoscrivo per nulla, hanno però questa caratteristica: che mutata una sola parola, troverebbe pieno mio supporto:
«l’austerità è antidemocratica»; «la vera vittima dell’austerità è l’Europa»; «l’austerità è economicamente insostenibile».
Perché l’austerità è il vero nemico da battere. Essa non cessa fuori dall’euro, la sua morte non viene in alcun modo certificata dal passaggio alla lira ed al marco. Il Regno Unito, la Bulgaria, sono svariati esempi dall’attualità che l’austerità può imporsi a piacimento, con analoghi risultati rovinosi sull’economia interna, in assenza di euro ma in presenza di politiche sbagliate che non tengono conto della sofferenza della gente. Focalizzarsi sull’euro è perdere tempo, se non si guarda negli occhi la bestia e la si affronta, è inutile, perderemo sempre.
E la bestia, ovviamente, ha la faccia dell’austerità ma si chiama crisi di democrazia europea che fa sì che si approvino leggi come il Fiscal Compact nel segreto più completo, che fa sì che dopo un voto, come quello italiano, che condanna l’austerità 90 a 10 con voto democratico, vede la riproposizione di un governo in cui al Ministero dell’Economia viene nominato un tecnico della Banca d’Italia che certamente al tavolo di Bruxelles non rappresenterà quanto chiestogli dagli elettori.
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Rimane un ultimo punto da fare.
Alberto crede che dopo l’uscita dall’euro si potrà ricostruire un livello di cooperazione tra Paesi europei su basi nuove e più democratiche.
Io non credo proprio. Quei paesi europei che si sono fidanzati negli anni ottanta e negli anni novanta, hanno deciso di sposarsi, con l’euro. Giusto o sbagliato che fosse, l’hanno fatto, sottostimando, come quasi tutte le coppie, la difficoltà delle sfide che si sarebbero ben presto presentate di fronte a loro. Al di là di dire che, come in un matrimonio, ci vogliono spesso più di 10 anni per giudicare se una unione abbia la capacità di funzionare (ah, avessero gli Stati Uniti formato una unione monetaria perfetta in 10 anni! peccato ce ne abbiano messi più di 100 …), mi preme ribadire l’ovvio: che una volta divorziati è pressoché impossibile ritornare fidanzati, alla cooperazione che fu prima dell’euro. E’ impossibile perché troppo traumatica sarà stata la separazione, troppe accuse reciproche, troppi stereotipi corroderanno il tutto.
E, nella mancanza di vera cooperazione, il volto della bestia – ancora viva e vegeta, l’austerità in un mondo a cambi flessibili con liretta e marco – sarà l’incubo che unirà ancora le nostre politiche economiche, in una parvenza di coordinamento anti-inflazionistico che tutto sarà meno che vera rappresentanza delle istanze delle persone che soffrono.
La vera cooperazione, quella per la quale abbiamo fatto questo matrimonio così rischioso, quella che si costruisce con fatica nel tempo ma che da pian piano i suoi frutti, andrà a farsi benedire con la morte dell’euro.
Perché perdere l’euro oggi vuol dire far saltare la presenza europea al tavolo geopolitico delle trattative con Cina e Stati Uniti: una frammentazione, una balcanizzazione che ci escluderà ovviamente dalle decisioni chiave a quel tavolo, al quale ci presenteremo separati, piccoli, e conflittuali.
Non è solo questione geopolitica: è questione di valori. Quei valori europei, diversi da quelli orientali e quelli americani, che fanno bene al mondo che si nutre di diversità, resterebbero al palo, consegnandoci all’oblio per decenni.
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Combattere l’austerità significa solo una cosa: pretendere ed ottenere le giuste politiche economiche europee all’interno dell’euro, qualcosa che non abbiamo mai provato a fare sinora, che non abbiamo mai richiesto al tavolo delle trattative europee.
Su quali siano queste politiche, le uniche, che possano generare crescita, occupazione, opportunità e dunque stabilità della costruzione europea, mi soffermerò nei prossimi post.
Sul come farle, è ovvio: pretendendo che siano restaurati meccanismi basilari di rappresentanza democratica. Se votiamo contro l’austerità, dobbiamo pretendere che questa sia fatta cessare.
Continuo a credere che su queste basi ci si possa alleare con Alberto, qualcosa di importante. Dubito però che sia interessato a rinunciare alla sua tesi principale, che tutte le nostre energie debbano essere dedicate a cambiare il colore delle nostre banconote e non a cambiare il colore del cielo, oggi plumbeo, sopra l’Europa e soprattutto, sopra le sue istituzioni.
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