
La Villa del Casale di Piazza Armerina non sia una nuova Pompei ma il simbolo di un nuovo modo di concepire la gestione dei beni artistici al Sud.
Il vero ‘petrolio’ della Sicilia è rappresentato dai secoli di storie, architetture, uomini e donne che hanno reso grande la nostra Isola nel mondo. Un passato del quale siamo orgogliosi e che oggi rivive anche grazie all’impegno e alla dedizione di un amante del bello come Vittorio Sgarbi. Sotto la sua sapiente guida risplende l’ennesimo tesoro da ammirare e preservare. Non solo dall’incuria e dalle violenze ma soprattutto dalla solita mala gestione burocratica, grazie alla quale nei giorni di festa i musei delle grandi città siciliane sono chiusi, le aree archeologiche abbandonate e i responsabili di importanti spazi espositivi, come è accaduto per il museo Riso di Palermo, costretti a rassegnare le dimissioni o sollevati d’imperio per i capricci del dirigente regionale di turno.
E’ tempo di voltare pagina. La Sicilia deve aprirsi al mondo e mostrare le sue bellezze, senza che alcun burocrate possa imporre lacci e laccioli allo spirito propositivo di chi vuole investire nella nostra cultura.
Tag: Gianfranco Micciché, grande sud, museo riso, Palermo, piazza armerina, villa del casale, vittorio sgarbi
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hai ragione, bisogna aprire e non chiudere.
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A proposito di archeologia e di beni culturali siciliani lasciati all’incuria del tempo e degli uomini. C’era una volta nelle Terre di Mezzo della Rai un principato chiamato “Tempo Reale”. Nel periodo a cui si fa riferimento vi regnava il principe Michele Santoro, che amava gozzovigliare molto, quando non giostrava. Ma avendo l’accortezza di far sabotare dai suoi sgherri le armi degli avversari. Un giorno, forse per volontà di una maga cattiva o per il fatto che avevano smarrito la strada nel bosco, un menestrello, un certo Leoluca Orlando da Palermo, e il suo aiutante, tale Manlio Mele, da Terrasini, bussano al suo castello. E fu subito tragedia. Approfittando della versatilità di quei cantastorie, infatti, quel principe per niente principesco, diede sfogo a tutta la sua malvagità. Ad essere preso di mira dalle strofe di quei poetastri, quelle sera e i giorni a venire, è stato lo sceriffo di un principato vicino. Un uomo di legge che era riuscito a scoprire le trame predatorie di un gran signore della guerra che si apprestava a mettere a ferro e fuoco tutta la regione. Il resto è noto e stranoto. E’ stato un attacco mediatico condotto a sei mani dal Palazzo Reale di Mamma Rai. Ma nessuno ancora ha chiesto scusa a quell’onest’uomo in divisa che, per salvaguardare la sua famiglia e il suo onore, si è suicidato. Ma ancora peggio, molto peggio, nessuno ha mai avanzato l’ipotesi, in un Paese in cui le spy-story fioriscono ad ogni angolo di strada, che l’eliminazione morale del Maresciallo Antonino Lombardo era stata studiata a tavolino, per poter permettere a quel signore della guerra di portare avanti i suoi piani. Cosa che è puntualmente accaduta.