Forza Atene, madre d’Europa

da Il Tempo, 22 giugno 2012

Non so se ho fatto un sogno o è stato il frutto di suggestioni alimentate dalla straordinaria passione che fin da ragazzo mi porto dentro per il mondo greco e per quello germanico. Fatto sta che ieri notte, complice il caldo, sfogliando una raccolta di poesie di Costantino Kavafis, mi sono imbattuto in questi versi: «Se,frantumati i loro simulacri,/noi li scacciammo via dai loro templi,/non sono morti per ciò gli dei». Poche parole che mi hanno spinto tra care memorie coltivate in anni giovanili, quando incontrai sulla strada della mia formazione spirituale e culturale poeti come Friedrich Holderlin e Gottfried Benn, filologi del calibro di Erwin Rodhe, Friedrich Wihlelm Ritschl, Franz Overbeck, l’archeologo Heinrich Schliemann che riportò alla luce il tesoro di Priamo e la tomba degli Atridi, l’immenso Friedrich Nietzsche. Tedeschi che mi fecero scoprire la Grecia, amandola come se fosse la loro terra primigenia, dove nacque la tragedia dallo spirito della musica, mentre Apollo e Dioniso si rincorrevano scompigliando schiere di eroi e animando lirici immortali. E me la raccontarono come il seme dell’Europa, della civiltà occidentale, patria di un’anima eterna che il tempo non aveva scalfito. Sogno o suggestione? Me li sono figurati lì, sulle gradinate dello stadio di Danzica stasera, davanti allo spettacolo soltanto apparentemente calcistico che oppone la nazionale greca a quella tedesca. Ed ho immaginato l’apprensione della squadra di studiosi germanici amanti dell’Ellade, frementi davanti alla prospettiva che i loro compatrioti in mutande nere e maglie bianche potessero umiliare i fratelli mediterranei, così come sta facendo, per una malintesa wille zur macht (volontà di potenza che nulla ha di nietzscheano), la Cancelliera Angela Merkel contro la quale giocheranno i calciatori greci e per i quali tutti noi, compresa l’eletta schiera di spiriti evocati, tiferemo. Non per affermare una supremazia sportiva, beninteso, ma per l’onore che dobbiamo riconoscere ad un popolo ingiustamente affamato ed umiliato nel tempo dello spread usato come arma tattica e convenzionale e del rigore che non è più una virtù, ma la sua tragica caricatura sbandierato quale ideologia a giustificazione di una nuova egemonia. Quando entreranno in campo i calciatori greci non penserò alla divina Eupalla, secondo la definizione classicheggiante di Gianni Brera, ma al discobolo di Mirone, raro e insuperato esempio della forma atletica che sconfina nella rappresentazione dello spirito. Ed un pensiero rivolgerò ad Olimpia, i cui fasti rinverdiranno tra poche settimane sulle rive del Tamigi, con gratitudine poiché lì, nello splendore dei secoli in cui prendeva forma Europa, la guerra diventava gioco ed il gioco aveva le fattezze della guerra, come per ricordarci che nella trasfigurazione del combattimento che la vita è incessante rincorsa tra antagonismi e pacificazioni e che a nessuno è dato comunque bruciare per l’eternità nel rogo appiccato dai vincitori poiché anche gli sconfitti si ridestano e quando sono nobili fondano nuove città. Non è da Troia che sorse Roma? Già, che ne sa la signora Merkel che dell’espiazione della sua Germania non ricorda molto evidentemente se tratta un popolo come un’accozzaglia di parìa? Parìa che possono vendicarsi, ovviamente, a modo loro. Ed il calcio – lo sanno anche coloro che non hanno mai letto una pagina di Desmond Morris – è sovranamente adatto nella nostra epoca a suscitare passioni tali da trasformare il gioco in una guerra simulata. Lo schema stesso del football è bellico nella sua essenza; anzi tribale, come autorevolmente è stato descritto da antropologi ed etologi. Ricordate la “mano de Diòs” di Diego Armando Maradona in Messico nel 1986? Bastò quel gol falso, seguito poi a uno vero, per lavare l’onta delle Falkland-Malvinas: mai una partita di calcio fu vissuta più intensamente dai calciatori della due nazioni e mai sconfitta fu più bruciante per l’Inghilterra. L’Argentina aveva perso contro le cannoniere di Sua Maestà britannica, ma vinceva davanti agli occhi sbigottiti e ridenti di tutto il mondo con due prodezze (ed una perfino ingannatrice, proprio come facevano gli dèi greci quando volevano prendersi gioco di qualche umano irriverente) di quel pibe de oro che da solo umiliò un’invincibile armata. Non so se si ripeterà il “miracolo” messicano in terra polacca stasera. Certo è che tutti noi greci d’elezione staremo più attenti agli scatti degli improbabili campioni bianco-celesti (proprio come i colori argentini) che alle prodezze di Mario Gomez. All’eventuale gol greco anche Zarathustra, ne sono certo, riprenderà a danzare.

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